Due sentimenti fastidiosi: la frustrazione e l’inadeguatezza. Il mito della perfezione.

Ognuno, in cuor suo, tende a raggiungere il massimo e il meglio nei diversi ambiti della propria vita. Ben venga: è giusto avere una sana dose di motivazione ed ambizione. I modelli familiari e sociali di riferimento sono la stella polare, la guida del nostro impegno, dei nostri “investimenti” mentali e fisici.
Cosa succede, però, quando questi modelli sono (per noi) troppo rigidi, eccessivi, impossibili da raggiungere? Cominciamo a provare, in misura maggiore, due sentimenti fastidiosi: la frustrazione e l’inadeguatezza. Con il passare del tempo, il loro livello aumenta e rischia di sfociare nell’ansia o addirittura nell’angoscia. “Sono un incapace, ho sbagliato tutto, dovevo agire in modo diverso, ecc ecc” Inizia così il lento ed inesorabile percorso di auto-colpevolizzazione, dove in funzione dei modelli di riferimento (ripeto: spesso eccessivamente rigidi) si crede di non avere le abilità, le energie, le capacità necessarie per potersi sentire pienamente realizzati. A questo punto ci viene in soccorso Freud. Il concetto di Super-io rigido spiega come, nel corso del nostro sviluppo psichico, si sia potuta creare una eccessiva tendenza (inconscia) a voler raggiungere sempre e comunque la perfezione (propostaci). Quando eravamo piccoli avevamo bisogno di qualcuno che ci “limitasse” e che in modo, a volte assolutistico e radicale, ponesse delle regole ferree alla nostra impulsività. Come se qualcuno avesse “detto” al nostro inconscio: “Sbagli ad agire in questo modo, devi diventare così per essere accettato e quindi perfetto”. Il nostro “genitore interno” continuerà a dare ordini e a farci sentire sbagliati fino a quando noi (sottolineo: noi) glielo permettiamo. In questo caso, può voler dire che non siamo stati capaci nel trovare nuovi modi “adulti” di gestire le nostre emozioni. Per “genitore interno” possiamo anche intendere tutti i modelli sociali e i miti della perfezione che ci illudono di poter essere accettati dagli altri se raggiungiamo un determinato standard proposto. La maturità emotiva, e quindi una scelta autonoma dei propri autentici modelli di riferimento, passa attraverso questa presa di coscienza: “quali sono i miei veri standard di riferimento?, cosa desidero davvero, quali sono gli obiettivi da raggiungere che appagano la mia natura?, sono adatto a inseguire quel modello o semplicemente devo cambiare stella?” Anche i “miti”, ad un certo punto della propria vita, possono essere scelti o cambiati a seconda di una “matura” ed autentica presa di coscienza. -Psicoterapeuta Andrea De Simone